Montagne sottosopra, di Emilio Previtali
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L'estensione della parete è grandissima, anche se la prospettiva fotografica dal basso ed il fatto che sia priva di rilevanti interruzioni rocciose non rende merito all'ambiente. Abbiamo speso le nostre due settimane al campo base acclimatandoci, allestendo i due campi in quota e preparando la nostra salita in attesa del bel tempo. Dopo continue nevicate il tempo è stato buono solo alla fine, regalandoci due giornate di cielo limpido e vento freddo. Quanto bastava per avverare il mio sogno. Luca ha raggiunto la vetta il giorno 2 agosto, abbandonando l'idea di scendere dalla Nord e percorrendo la via normale in discesa con gli sci da quota 6500. Elena ha mollato onorevolmente alla stessa quota, prendendosi a sua volta il lusso di sciare in telemark. Il 3 agosto è stato il mio turno per la cima. La salita, nonostante non presenti rilevanti difficoltà tecniche, è stata dura a causa del freddo e del vento. Soprattutto quest'ultimo insieme alla quota è un acerrimo nemico di chi trasporta uno snowboard sullo zaino, sempre troppo pesante e sempre troppo ingombrante a fare da vela.
Emilio Previtali - il talebano segreto (Photo Luca dalla Palma)

Una volta in vetta, "la meta" per un comune alpinista, la mia avventura in snowboard sulla Nord stava solo per cominciare. Dopo aver attentamente studiato le condizioni della parete da vicino e presa la decisione di scendere direttamente dalla cima per un ripido canale, è diventato palpabile il differente tipo e grado di motivazione che serve ad uno snowboarder di grandi pareti rispetto ad un normale alpinista: gli altri quattro "summiter" della giornata, normali alpinisti felici di aver raggiunto la cima e preoccupati solo di scendere il più velocemente possibile al campo base, hanno fatto di tutto per dissuadermi dall'idea di scendere dalla Nord.

Emilio in vetta (Photo Emilio Previtali)


Oltre alla fatica ed alla necessità di prendere una saggia decisione rispetto al pericolo delle valanghe ragionando con poco ossigeno disponibile, ho dovuto cominciare la mia discesa sotto lo sguardo di chi ti fissa come se quelli fossero gli ultimi cinque minuti della tua vita. Una volta superata la cornice iniziale direttamente dalla cima verso il canale che immette sulla parete, ho percorso un tratto decisamente ripido ed esposto con della neve dura e crostosa. Il pendio ha in quel tratto iniziale incanalato tra le rocce una pendenza di circa 50° per poi degradare dolcemente nel tratto successivo. Ho avvertito fortissima la sensazione di essere da solo, io e la montagna. Dopo la prima curva che è sempre la più difficile, ho provato nitidamente dentro di me la sensazione di essere perfettamente a mio agio, in armonia con la montagna e felice di essere impegnato nella realizzazione del mio sogno.

Chi non ci ha mai provato fatica a capirlo, ma andare in snowboard su una grande parete richiede lo stesso impegno dell'arrampicata "a vista": concentrazione, senso della linea, resistenza, coraggio. E soprattutto vietato cadere. In circa un ora ho percorso integralmente la montagna per un nuovo itinerario, attraversando in snowboard una parete glaciale di spropositate dimensioni. Tecnicamente niente di straordinario magari, ma l'insieme delle scelte da fare per portare a termine la discesa mi hanno dato tanto. Ho vissuto una grande avventura. In fondo alla parete, guardando la mia linea ero particolarmente orgoglioso. Proprio come un alpinista che osserva la sua linea nuova appena salita. E' una questione di punti di vista, a me le montagne appaiono sempre "Sottosopra". Ma ne sono certo, chi capisce davvero di montagna sa apprezzare le vie anche leggendo la montagna al contrario. Succede anche a voi, amici alpinisti?

Per maggior info su Emilio vedi anche l´intervista

The downhill (this is the only existing pic!) - Photo Jan Pala

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