| RANDAGI - Due libericorridori alla Pierra Menta |
IV TAPPA ovvero “Il branco”
Les Bois (1200) Grand Mont (2219 m) Les Ruines (1900 m) Epaule de la Légette (2200 m) La Planey (1175 m)
Le creste: sorgenti del cielo. Un’esile scala, una lama affilata di roccia e neve sospesa nel blu intenso di un cielo freddo e terso. Sembra di volare, il vuoto si apre sotto i nostri piedi, solo una è la strada e ci porta sulla montagna più alta del Beaufortain. Piccoli animali colorati ciarlieri ed affannati, con il loro fardello sulle spalle e nel cuore, salgono lungo una linea perfetta: la cresta ovest del Grand Mont. Gente davanti e dietro me che sale dall’ombroso colle ovest al sole della vetta, un passo dopo l’altro si avanza, si rallenta, ci si ferma, si riparte. Pur amando visceralmente i grandi spazi solitari che le montagne invernali sanno regalare e godendo nel vedere, voltandomi, solo la mia traccia, mi sento felice, sono soddisfatto di questo branco, mi piace sentirmi un animale vivo e pulsante tra tanti simili. Guardo gli altri attorno a me e scopro nel loro sguardo oltre alla stanchezza, qualcosa di prezioso che brilla, leggo la stessa soddisfazione che sto provando anch’io mentre portiamo a termine questo lungo e folle viaggio. Gli occhi di Daniele brillano e ci vedo riflesse catene di montagne innevate a perdita d’occhio, sino all’orizzonte lontano, chiuso dall’immensa mole del Monte Bianco., Nel suo sguardo scorgo anche un mare inquieto di emozioni, di sensazioni, di sentimenti.
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Il sole ci illumina, camminiamo su una lama di luce, sospesa nell’ombra ripida e fredda dei versanti che sprofondano verso valle. Perché siamo qui, perché facciamo questo … non so. Gli animali cacciano per procuarasi cibo, necessario alla loro sopravvivenza, forse anche noi siamo a caccia di cibo. Cibo per la nostra anima, per la nostra mente, cibo per alimentare i nostri sogni, cibo per sfamare la nostra voglia d’avventura e il desiderio di esplorare i nostri limiti, per scoprire che non esistono, che sono labili, che si possono ridisegnare … per scoprire che tutto dipende da noi. Per poi tornare alla nostra vita di tutti i giorni colmi, traboccanti di gioia ed entusiasmo, pronti ad affrontare ogni problema, con la convinzione che esista sempre una soluzione.
Il tempo passa, il mio corpo avanza, la mente si perde nel suo chautauqua e gli occhi percorrono avidi i profili delle cime che ci circondano, ma d’un tratto tutto cambia, mi ristabilisco sopra un masso e il mio sguardo può ubriacarsi a 360 gradi. Gente che applaude e che incita al suono dei campanacci. Il sorriso si apre sulle labbra mie e di Daniele, siamo in vetta. Veloci corriamo alla zona cambio, il rituale si ripete, coordinati e rapidi come una macchina: togliersi reciprocamente gli sci dallo zaino, calzarli, bloccare l’attacco, chiudere gli scarponi e…via partire/scendere, urlando di gioia,mentre si impugnano i bastoncini e si chiude la tuta. Ci si butta nella ripida discesa della parete nordovest, non più ordine, solo caos, dov’è la fila ordinata che saliva lungo la cresta? Qua vedo solo randagi che si allontanano disordinati seguendo ognuno la sua traiettoria, la sua strada.
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SI TORNA RANDAGI
Pierra Menta 2003 - 9500 m di dislivello, 15 ore 16 minuti 52 secondi
Essere primi o ultimi nulla cambia, l’essenza di ogni esperienza sta nel cammino percorso e non nella meta raggiunta. Lungo questo cammino ho conosciuto molta gente, con cui ho condiviso la fatica e la gioia di un solo attimo o di ogni momento. Ragazzi e ragazze che se ne tornano alle loro case, tra le loro montagne, alla loro vita quotidiana. Mi fa piacere pensare a loro: a Osvald che riprenderà la sua attività di guida alpina un po’ anarchica, a Manfred lo spazzacamino della Val Badia, a Martin che tornerà nella sua fattoria e nei suoi meleti dalla sua compagna e dalla sua bimba, a Franco che tornerà a creare violini e casse armoniche utilizzando il legno degli abeti della sua valle, a Rosa ed Elena che rincontrerò ancora tra le mie montagne, ai milanesi fratelli Villa, ad Andrea e Sante, …
Non è stato poi così male mettersi un pettorale e seguire tracce già fatte, ho imparato un sacco di cose che mi torneranno utili nella mia vita randagia: ora siamo ancora più coscienti che i nostri limiti possono essere sempre spinti un po’ più in la, che in montagna nulla è scontato e che si possono fare belle tracce anche su pendii apparentemente impossibili. Ma la fame non è ancora sopita, non sono ancora sazio….,
Ora ho bisogno di grandi spazi, di montagne innevate a perdita d’occhio, senza tracce preconfezionate e file di corridori, pendii dove correre liberamente non solo con le gambe, ma anche con gli occhi e con la mente. Aprire tutti i sensi, sbloccare i recettori ed accumulare sensazioni, emozioni, visioni alimentando il desiderio, facendolo crescere a dismisura e sognando di continuare a lasciare la mia esile ed effimera traccia.
Grazie Daniele, senza di tè questo viaggio non sarebbe stato possibile.

Questa storia è stata pubblicata su FREE.rider n° 10
Il diario di gara e le info necessarie per comprendere e partecipare le trovate qui
Testo by Maurizio Panseri
Foto by Marco
Toniolo